IL BANDITO DELLE UNDICI
Regia Jean-Luc Godard, 1965
«Non bisognerebbe descrivere le persone, ma descrivere quel che c'è tra loro» (Jean-Luc Godard)
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For those of you who have seen the movie, imagine only this (in a allegoric way): Pierrot's Italian wife is the dangerous commercial international production represented by De Laurentiis, Anna Karina's role represents the Nouvelle Vague, Samuel Fuller is Samuel Fuller and Belmondo's existential search is Godard's own doubts about the possibilities of cinema.
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Non facile per me seguire un film in lingua originale (non capendo io il francese) e perdipiù sottotitolato in inglese (sufficiente conoscenza) e maldestramente (fondo bianco su colore: dovevo star vicino per leggere!). Tuttavia la godardiana impronta di uno percorso tracciato per essere disfatto è avvertibile già da subito e sprigiona la sua solita poesia. Pierrot e Marianne sono soli e i soli a capirsi; sono pensiero lui ed emozione lei; sono parte di un uno che è l'identità che si ribella al significato della vita stessa: temporalmente insufficiente per conoscere la metà dell'altro che è di sè stessi. La morte di uno, pertanto, è morte dell'altro. La società è impazzita (le brutterie della guerra sullo sfondo lo confermano) e "vitalmente" insoddisfatta (la crisi della borghesia, la noia). L'esperimento di un'isola felice è una via da provare. Fallito l'esperimento si può tornare con una certezza in più tra le brutterie del mondo. La certezza che l'amore è «l'emozione del pensiero», che muove la mano, che dà via ai gesti, che fa cantare tra i boschi (ben "fotografati" da Coutard come tutto il resto). In Godard questa emozione è pensiero di cinema. Semplice, diretto, schietto: e i suoi personaggi si rivolgono allo spettatore con sguardo fisso all'obiettivo della macchina da presa. Lo coinvolgono nel cinema (dis)fatto per esplodere come Pierrot nel finale. Scomparire consapevoli ed ironici; incompiuti ed eroici; compiuti e (cinematograficamente) finti. (G.M., Objectif 83)
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