La critica è destinata a sparire dalle
pagine dei grandi quotidiani. Restano le riviste, che pochi leggono; restano i rotocalchi dove il critico è come un cane in chiesa. Restano le tesi
di laurea e i libri scritti per farsi un titolo, per vincere un concorso o procurarsi una docenza. Nulla di molto attraente. Come può
formarsi un critico indipendente, dove può svolgere la sua attività, chi può dargli da vivere e permettergli di scrivere e magari non scrivere
nulla? Il solo critico che può sopravvivere è quello che ingrana nell'industria culturale, si tiene al corrente e pensa per procura,
con la testa degli altri: amici, committenti, associati. Di simili critici ce n'è una legione, specie nelle arti (ex) figurali e musicali e spettacolari.
Ma il critico autorevole, indipendente, ascoltato, il critico che sia anche un maestro, sta diventando persino fisicamente improbabile. Nel
mondo attuale gli artisti (milioni di artisti) sono il pubblico e il giudice di se stessi, non hanno bisogno di dare la delega ad alcuno. Gli artisti
possono procedere - vivaddio - all'autogoverno: il primo e il solo nella storia che abbia serie probabilità di successo.
Criticism is going to leave the pages of important newspapers. It will remain just magazines that few people read, and just tabloids, where the critic is like a dog in a church. It will remain degree's thesis and books written to get credits, win a contest or take a place as teacher. Nothing really interesting. How can a critic be trained, where can he teach, who can give him money to live and the permission of writing or hopefully not writing anything? The only critic who can survive is the one able to get going into the mainstream, to upgrade himself and think on demand as well as other people do: friends, customers, associates. It's plenty of such critics, especially in musical, spectacular and (ex) visual arts. But a critic who is preeminent, independent, followed and also maestro, is far to be even pragmatically proposed by now. Nowadays the artists (millions of artists) are audience and judge of themselves, they do not need to delegate anyone. The artists can give themselves -finally!- a self-government: the first and the only one in the History to have good chances to be successful. (Eugenio Montale,
Quaderni milanesi, n.1, 1960)
Noi ci consideravamo tutti, ai "Cahiers du Cinéma", come futuri registi. Frequentare i cineclub e la Cinémathèque era già pensare cinema e pensare al cinema. Scrivere era già fare del cinema, perché tra scrivere e girare c'è una differenza quantitativa e non qualitativa. (Jean-Luc Godard)
Solo chi ama il cinema con mortale lucidità può, come me, permettersi di tradirlo. E poi tornare da lui, vestito della propria elegante viltà, sentenziando aspramente: «Sei tu, nientaltroché tu ad avermi, invero, tradito». Solo chi può questo, può con ragione coltivare in sé il seme del tradimento innaffiandolo col sangue irrorato della propria décadence. (Questa affermazione m'appartiene. Objectif 83, 2007)
Benché i suoi spettatori -un po' perché illucidamente adepti, un po' perché vogliosamente tirapiedi- ormai trepidino ad ogni uscita di un suo film, v'e' da riconoscere fuori dal dubbio che stavolta Flaviano Flaviani ha fregato ambedue i partiti. Sí, perché parlare di Oltraggio al pidocchio (2004) nei suddetti termini stavolta produrrebbe una sonora pernacchia. Beninteso, il film per intero pare una accozzaglia mal riuscita di tutte le tematiche care all'autore: dalle incestuositá sessuali evanescenti, alla dicotomia volontá/dovere, passando per le sperequazioni di talento e l'inossidabilita' dei valori della famiglia, il tutto ibernato in una fotografia dalle tinte pallide e da movimenti di mdp minimali. Tuttavia a contraddistinguere il suo operato, stavolta, é un elemento che, sebbene passato in sordina per molti critici quando il film uscí nelle sale, ritengo essere chiave di volta di questo spiazzamento verso il suo polarizzato pubblico: vale a dire, la leggerezza.
Oltraggio al pidocchio racconta di un giovane disadattato (discutibilmente) chiamato Esopo. Questi durante una rapina a un furgoncino portavalori assieme alle due sue sorelle (Clara e Mafalda) spara involontariamente al guidatore del furgoncino che, sbandando, precipita in un burrone a ridosso della strada. Il trio cerca di recuperare il bottino sfumato calandosi per il dirupo, ma un branco di sciacalli provvederá a mettere fine ai loro sogni di arricchimento. Di fatto, dopo aver recuperato il denaro, il gruppo di canidi sbranerá i tre mentre stanno copulando orgiasticamente per celebrare il loro successo.
Alla parabola amara, tuttavia, Flaviani oppone non un disarmante distacco stilistico, ma un (in)appropriato registro narrativo, che spiazza noi spettatori per i farraginosi buchi di sceneggiatura lungo i quali ci fa precipitare come un portavalori carico di promesse di morte...